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KEROUAC,
il vero ritratto della beat generation
di Irene Bignardi |
All´alba
del 5 settembre 1957 un uomo bruno, dall´aria tosta e
un po´ malconcia, più gonfio e più segnato
di quello che prevedevano i suoi trentacinque anni, si alzò
dal letto dove aveva passato la notte con la bella ragazza di
ventun anni che da qualche tempo era la sua morosa e che aspirava
a diventare una scrittrice, e si diresse verso l´edicola
sulla sessantaseiesima strada, la prima, a Manhattan, a ricevere
i giornali del mattino. Dobbiamo pensare che fosse piuttosto
nervoso e ansioso. Quel giorno, gli era stato preannunciato,
sarebbe uscita sul New York Times la recensione del libro che
aveva faticosamente pubblicato dopo anni di dolori, viaggi,
stesure, controstesure, limature, tormenti, editing. Era la
decisione, la sanzione, il verdetto che avrebbe fatto di lui
uno scrittore riconosciuto. O il disastro.
L´uomo era Jack Kerouac. Il libro era On the Road, (Sulla
strada). Il recensore del New York Times era il sostituto del
primo critico, ma era lo stesso un signore importante e influente,
Gilbert Millstein. E il verdetto era più che favorevole.
Sulla strada era "un´occasione storica, nella misura
in cui il rivelarsi di un autentico capolavoro è di grande
importanza". Non solo: secondo Millstein, tracciava un
fondamentale profilo della Beat Generation allo stesso modo
in cui Fiesta di Hemingway aveva contribuito a raccontare la
Lost Generation, ed era "l´espressione più
chiara, più importante e meglio realizzata di quella
generazione". Quanto alla scrittura, era ("in alcune
parti") "di una bellezza da togliere quasi il fiato".
Era "il momento della verità". Da dieci anni
Jack Kerouac - nato a Lowell, Massachusetts, figlio di Leo Alcide
Leon tipografo di origine canadese e di Gabrielle Millstein
detta anche Mémere, ragazzo a dir poco turbolento e irrequieto,
tormentato e difficile, lettore voracissimo, studente brillante,
quando voleva, drop out e viaggiatore sulla strada in solitario
e in gruppo, amico e protagonista di una generazione geniale
ed eccentrica che avrebbe rivoluzionato il modo di vivere, di
sentire, di scrivere -, da dieci anni il bel Jack, il disperato
Jack, il distruttivo Jack, il misogino Jack lavorava su quello
che voleva essere e che sarebbe stato il romanzo di una generazione
- e il suo grande libro.
Il primo romanzo che era riuscito a dare alle stampe nel 1950,
La città e la metropoli, era scomparso senza lasciar
traccia. Nei cassetti della sua scrivania (l´unico mobile
che abbia seguito Jack Kerouac in molti luoghi e in molte case)
attendevano giorni migliori sei romanzi incompiuti, tra cui
Il Dottor Sax e I sotterranei, Visioni di Gerard e Tristessa.
E per dieci anni il romanzo della sua vita e della sua generazione
era andato formandosi, rifacendosi, riscrivendosi attraverso
infiniti viaggi lungo gli Stati Uniti, attraverso amori e disamori,
dissipazioni, ubriacature, lavoro matto e disperatissimo, risse
e malattie.
Se mai qualcuno aveva travasato la sua vita, la sua autobiografia,
la sue esperienza, le sue sofferenze, le sue follie, lo Zeitgeist
della sua generazione - o almeno della fetta ribelle, avventurosa,
irriverente della sua generazione - in un libro, quello era
Kerouac. In un legame diretto, carnale, atrocemente sincero
tra vita e pagina che non impedisce al libro di essere un altissimo
prodotto "letterario", ma che ne fa anche lo specchio
di un´epoca, di un´amicizia tormentata e appassionata,
di tante amicizie, di tanti amori, di tanto sesso spesso brutale
e indifferente, dell´appassionato nichilismo di un gruppo
geniale che ha lasciato il suo segno nella cultura del ventesimo
secolo - e dunque il catalogo e il sismografo di una stagione
"storica". Basti ricordare che dietro ogni nome della
fiction di On the Road c´è un pezzo di vita vera.
Che Carlo Marx è il poeta Allen Ginsberg, il quale nello
stesso periodo aveva appena pubblicato Urlo e stava raggiungendo
la celebrità. Che Old Bull Lee era William Burroughs,
con cui Kerouac aveva condiviso i piaceri di Tangeri, aiutandolo
a rimettere in sesto Il pasto nudo - e suggerendone il titolo.
Che Rom Saybrook è John Clellon Holmes, lo scrittore,
oggi per lo più dimenticato, che batté Kerouac
sul tempo e pubblicò per primo un libro sulla Beat generation,
Go!, (in cui, secondo Kerouac, si è appropriato dell´espressione
"Beat" da lui coniata). Che Dean Moriarty è
Neal Cassady, l´amico, l´alter ego, il mito, il
dioscuro di Kerouac, colui con il quale Jack condivise case,
cibo, viaggi, donne, mogli, sesso, in una osmosi di personalità
e di vita che non ha uguali. Che Sal Paradise è lui,
Jack, io narrante di una continua irrequietezza, di una continua
dissipazione, di una continua peregrinazione sulle strade d´America,
da New York a San Francisco, da Los Angeles alla provincia di
Long Island, sulla scia di due miti letterari, Jack London e
Huckleberry Finn, e di una assoluta impossibilità di
essere normale.
On the Road aveva cominciato a prendere forma anni e anni prima,
in parallelo a un altro libro, Il Dottor Sax, ma nutrito di
tutti i viaggi e le esperienze di Jack, raccontato in prima
persona ma centrato sul personaggio dell´amatissimo Neal.
Nell´aprile del 1951 Kerouac intraprende per tre settimane,
a benzedrina e caffè, la prima revisione del romanzo,
e, per non interrompere il flusso della scrittura, batte il
testo su una serie di fogli da disegno incollati insieme come
un enorme rotolo di trentacinque metri. Non trova un editore.
Lo riscrive ancora una volta. Un altro editore vorrebbe pubblicarlo,
ma in versione ridotta. Poi, forse, è la volta buona...
Nel bel libro di Barry Gifford e Lawrence Lee, Jack´s
Book, An oral history of Jack Kerouac, una serie di testimonianze
sullo scrittore e il suo mondo, Malcolm Cowley, l´editor
della Viking Press, presso cui venne finalmente pubblicato On
the Road, ricorda che il libro su cui tanto Jack Kerouac aveva
sofferto gli piovve sulla scrivania (crede di ricordare) portato
da Allen Ginsberg, agli inizi degli anni ´50. Ma alla
Viking "che era allora molto conservatrice", era lui
il solo a voler pubblicare il libro (che si chiamava The Beat
Generation). Nel tentativo di aggirare il problema, Cowley convinse
Kerouac a pubblicare degli estratti del romanzo: la cosa avrebbe
acceso la curiosità, avrebbe aiutato. Una parte (The
Mexican Girl) venne pubblicata sulla Paris Review, un capitolo
sul jazz a San Francisco sul New World Writing (nel 1954). Intanto
Cowley vedeva di quando in quando Kerouac e l´amico Ginsberg
- che secondo lui, lo considerava una sorta di nonno della generazione
Beat - e dava qualche consiglio di riscrittura. Che consigli?
Non era la prosa di Kerouac a preoccupare Cowley ("Jack
scriveva bene. Scriveva bene naturalmente. Il suo stile mi ricordava
molto Thomas Wolfe"). Era la struttura: "Mi sembrava
che la storia andasse avanti e indietro attraverso gli Stati
Uniti come un pendolo". Jack mugugnò, ma, secondo
Cowley, fece qualcosa che non ammise mai pubblicamente (perché
pensava "che il materiale dovesse uscire liscio come pasta
dentifricia"). Risistemò tutto per l´ultima
volta, salvo lamentarsi pubblicamente per le migliaia di virgole
e le maiuscole inserite e tolte dal suo editor. Il libro era
ormai pronto per uscire. Ed era in libreria quella mattina del
5 settembre quando Jack si svegliò celebre.
Né la sua irrequietezza né la sua vita cambiarono,
al di là degli eccessi di esposizione in cui lo precipitò
il Maelstrom mediatico di cui fu per un bel po´ il protagonista.
Continuarono i viaggi, l´alcool, le droghe, le risse,
l´amicizia tormentata con Neal Cassady, i rapporti brutali
e difficili con le donne. Nel 1958 On the Road viene pubblicato
da Gallimard. Nel 1959 è tradotto in Italia, da Magda
De Cristofaro per la Medusa di Mondadori, con una prefazione
di Fernando Pivano. E´ un successo che non si ferma mai
(nel 1998 il libro aveva venduto oltre tre milioni di copie).
La generazione del ´68 lo ama e lo contesta insieme. Il
suo nome è famoso anche presso chi non legge o mai leggerà
i suoi libri. E alla fine di un´esistenza senza pace,
il 21 settembre del 1969, Jack Kerouac muore a quarantasette
anni di emorragia esofagea. Lasciando un grande romanzo, un
corpus importante di opere e una locuzione - "on the road"
- che definirà per sempre un mondo e un modo di essere,
e che intimidisce persino Hollywood: ce la farà Francis
Ford Coppola a portare a termine il progetto più volte
annunciato di fare un film dal grande libro di Kerouac?
(15 aprile 2002)
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